Rivista n.6 - "Il piede e l'orma"

Un approccio a Giuseppe Garibaldi

                                                                               di Michele De Gregorio

 

   Il 150° dell’unità d’Italia è passato ma, al di là della significativa presenza del presidente Napolitano, Roberto Balzani può scrivere che esso “non ha poi generato alcun reale pensiero. Se escludiamo gli scritti d’occasione e gli immancabili discorsi, è difficile recuperare una produzione testuale immaginata per superare la contingenza e spiegare il senso dell’operazione centocinquantesimo nel lungo periodo” (“Il patriottismo debole” in Il Mulino n. 5/2011 pag. 797). E’ vero, e si rivela così il difficile rapporto sempre esistito nel nostro paese con il suo risorgimento, per le difficoltà profonde nei processi unitari e nella stessa formazione della nostra identità nazionale.

   Credo sia inoltre ancora oggi necessario liberarsi dai residui della retorica, vizio assorbito dalla cultura romantica del tempo e cara a molti liberali, e utile a stendere un velo sui gravi limiti dell’ “Italietta” crociana in marcia difficile e lenta ma, a loro dire, sulla strada buona. Dobbiamo però guardarci anche dai condizionamenti in senso contrario che ha avuti ad esempio la lettura di Gramsci, che vedeva l’unità e la storia successiva irrimediabilmente condannate al fallimento per la mancata riforma agraria e la mancata alleanza tra ceti medi e contadini.

   Un interessante riesame di quest’ultima tenta però proprio in questi giorni Giuseppe Vacca, presidente della Fondazione Gramsci, che vede nella riforma agraria non la proposta “buona” ma solo un’occasione, per il pensatore sardo, di studiare e delineare i vari modelli di rapporti egemonici possibili negli anni del risorgimento. A sua volta anche un liberale come Giuseppe Talamo, presidente dell’Istituto per il Risorgimento recentemente venuto a mancare, può affermare che “In realtà, l’unificazione della penisola era avvenuta in modo estremamente rapido e fortunoso” (Guerra e rivoluzione: l’unità d’Italia. In “La storia d’Italia”. Vol. 17. pag. 800.  Ed.De Agostini. 2004). E’ una svolta notevole. I tempi cominciano dunque ad essere, tutto sommato, propizi a un discorso più laico.

   Non è comunque negli obiettivi di questo lavoro entrare nell’interessante e vasto dibattito storiografico. Più semplicemente, si tenterà qui di superare impacci e reticenze banali che ancora pesano, relative per esempio ad un approccio alle caratteristiche personali dei protagonisti, in particolare di Garibaldi; e rivalutare anche un patrimonio di conoscenze spesso trascurate come secondarie. Senza voler necessariamente épater le bourgeois  ma tentando di avviare una lettura consapevole, ermeneutica della storia. Che non è certamente storicismo che tutto giustifica; né semplice valutazione dell’ieri attraverso la cultura dell’oggi, ma forse la somma di entrambe le cose di cui deve esser chiaro che nessuna deve comunque mancare. La serena consapevolezza della differenza e delle differenze tra noi e il nostro passato, insomma, è nei fatti la sola conoscenza della storia che ci è consentito acquisire.

     

L’eroe dei due mondi

  

   Il misero fallimento della seconda insurrezione della Savoia nel 1834, dovuto non solo all’ incapacità organizzativa di Mazzini ma anche alle sue carenze nel capirne i risvolti e le reazioni internazionali, nonché alle capacità di repressione preventiva del nemico, lasciò Giuseppe Garibaldi a Genova ad aspettare da solo i promessi interventi, e con la necessità di fuggire immediatamente per salvarsi dalla prevedibile condanna a morte per tradimento, inflittagli poi in quanto cittadino sabaudo e per di più membro dell’esercito. Essendo in possesso di una patente di navigazione egli trovò naturale fare quello che praticamente era stato il mestiere di suo padre: alla testa di qualche imbarcazione in qualche modo rimediata, dedicarsi al trasporto delle cose più varie, nei porti più vari ed anche lontani del Mediterraneo e del mondo, assecondando peraltro la sua natura che lui stesso (e gli si può credere senza sforzo)definisce “propensa all’avventura” (“Memorie autobiografiche”. Giunti ed. 1982 pag. 38).

   Dopo due anni, la scelta di andare in sud America. A fare l’eroe dei due mondi e lottare per la libertà delle nazioni, viene da pensare. Forse però le cose vanno viste un po’ più da vicino.

   Per avere un’idea della situazione al sud possiamo fare un paragone con quanto contemporaneamente succedeva nell’America del nord. Qui la situazione era analoga, ma più semplice: un paese in forte sviluppo e governato dai bianchi, gli USA, dalla costa dell’est conquistava progressivamente lo sconfinato e potenzialmente ricco territorio del far west, senz’altro fastidio che doverlo ripulire dalle tribù indigene dei pellerossa.

   Anche al sud la terra era immensa, ricca e ancora più fertile, irrigata da grandi fiumi e popolata da un numero enorme di bovini (si macellava una mucca anche per la sola pelle). Ammazzare i discendenti dei gruppi Indios sopravvissuti a Cortes e Pizzarro era un gioco da ragazzi, peraltro nemmeno necessario anche se abbastanza praticato: tranne pochi individualmente assimilati, essi vivevano infatti in gruppi isolati il più lontano possibile dalla “civiltà”, del tutto privi delle capacità di resistenza che pur avevano le tribù del nord, e costituivano una piccola percentuale della popolazione.

   Di numero notevolmente maggiore era la percentuale dei neri, discendenti degli schiavi africani largamente introdotti dai colonizzatori. Ancora più numerosa era la folla di meticci, mulatti, e nati da incroci tra genitori di varie sfumature. In tutti i sensi dominanti erano ovviamente i bianchi.

   Qui dunque la situazione è più complessa rispetto al nord. Non c’è infatti solo uno stato colonizzatore. Dalla colonizzazione portoghese si è formato, poco più di un decennio prima dell’arrivo di Garibaldi, il grande stato del Brasile, formalmente definitosi “impero”. Il giovane “imperatore” Pedro II si mostrerà in seguito capace però di farlo funzionare quasi come una democrazia bipartitica. Dalla dominazione spagnola sono invece in formazione i molti stati grandi e piccoli che completano il quadro dell’America latina. Alla base dei loro conflitti e rapporti politici è pressoché impossibile trovare una connotazione nazionale. I Portoghesi del Rio Grande do Sul sono in guerra con i Portoghesi di tutto il resto del Brasile; e, in ognuna delle due parti, lotta o sta a guardare una molto composita umanità.  Gli Spagnoli di stati nascenti sono in lotta con quelli del loro stesso o di altri paesi (ad esempio l’Argentina con il Paraguay, l’Uruguay…) in un’analoga situazione di mescolanze e confusione etnica e culturale.

   E’ dunque davvero fuorviante guardare in un qualche modo alla situazione complessiva come si trattasse di scontri tra nazioni, anche nascenti. Dappertutto la commistione delle etnie e delle culture è enorme. Continuo è inoltre l’afflusso di avventurieri in cerca di fortuna dall’Europa, che organizzano guerre tra bande, collegate magari ad Argentina o Brasile ma senza troppa stabilità, al fine di dar vita all’ ombra di qualche stato a possedimenti personali in terre sconfinate e ricchissime. Lo scopo infatti è comunque il possesso della terra: conquistare per primi terre non sfruttate; o sostituirne i possessori grazie all’appoggio di uno stato protettore, i cui leaders già posseggono le terre più ricche e possibilmente lontane dagli scontri. E’ possibile anche comprare vastissime tenute a basso prezzo. Il problema sarà poi conservarle. Ma se si è europei, si può anche contare sul fatto che la tutela della proprietà è il principale pretesto per l’intervento degli stati. 

   L’ afflusso di Europei dei più vari paesi è infatti attivamente favorito dalla presenza politica della Francia di Luigi Filippo e dell’Inghilterra, entrambe interessate al formarsi di nuovi stati minori (rispetto a Brasile e Argentina più difficilmente condizionabili); e desiderose anche di favorire la crescita di ceti imprenditoriali e commerciali, rivali dei proprietari terrieri e maggiormente propensi alla penetrazione degli interessi europei. Questa realtà, sia ben chiaro, non è organicamente descritta ma chiaramente e completamente desumibile anche dalle memorie dell’eroe dei due mondi.

   Per chi vuol conoscere Garibaldi è molto utile studiarne gli anni trascorsi in America del sud. Anche la spedizione dei mille, infatti, rivelerà la sua genialità di capo guerrigliero. Negli anni del ’48 e dell’unità, però, l’inconsistenza delle sue idee politiche può anche risultare velata dalla forza del principio di nazionalità, che è sempre la bandiera di Garibaldi e insieme il presupposto di ogni approccio al nostro risorgimento. E una certa “carità di patria” resiste ancora peraltro, dopo un secolo e mezzo, nei confronti non tanto di un’impossibile negazione della fragilità culturale dell’ eroe, quanto della rinuncia ad evidenziarla per quel che è.

   Si è detto eroe. E sia anche detto che se eroe è chi pone consapevolmente e disinteressatamente a repentaglio la propria vita per gli altri, aspettiamo che qualche ricerca riesca a contare le mille volte che Garibaldi ha ben meritato questo appellativo.

   Ma nel 1836 il Rio Grande do Sul, sia detto con altrettanta chiarezza, per nessun motivo poteva essere considerato una nazione. Sarebbe potuto diventare, al massimo, una nuova organizzazione statale formatasi in base a ben precisi e concreti interessi particolari.

   Per capire Garibaldi, si diceva, è necessario vederlo in azione in America del sud. E se la sua immagine normalmente veicolata non è storicamente del tutto rispondente al vero, per peccati più di omissione che di opere da parte degli studiosi, la cosa migliore è lasciare la parola a Garibaldi stesso. Al quale si può a volte anche rimproverare una certa mancanza di sincerità. Sempre però se ne potrà utilizzare la grande trasparenza.

   Le sue Memorie sono state scritte pressoché interamente nel ritiro di Caprera tra il dicembre 1871 e il luglio del 1872, dunque intorno ai sessantacinque anni dell’autore. Le quattrocentottantasei pagine che le compongono nell’edizione citata sono un’indispensabile narrazione dei fatti, dalla quale emergono le due precipue caratteristiche dell’eroe cui sopra si faceva cenno: la genialità del capo guerrigliero, che non ha mai frequentato un’accademia militare ma è capace di vincere in condizioni disperate e di inferiorità numerica, conseguendo un prestigio che diventa a sua volta elemento di forza sul campo; e la sua semplice e spiccata incapacità di cogliere il senso politico, e gli aspetti comunque non militari degli avvenimenti dei quali è pur protagonista. E’ impossibile insomma non pretendere da Garibaldi qualità di uomo politico, visto il ruolo giocato nella storia del nostro paese; ma è impossibile insieme riconoscergliene.

   Le Memorie sono un lungo e dettagliato racconto di fatti, spesso sincero, ma sempre privo di valide analisi ed argomentazioni che vadano oltre l’ovvietà e l’ingenua retorica; né si può dire che in altre sedi o momenti della vita dell’autore tale lacuna sia stata colmata. Non credo si possa polemizzare con nessuno che abbia detto il contrario. A noi basta solo, a centocinquanta anni dall’unità, dirlo con chiarezza.

   Né si può, ovviamente, nemmeno affermare che tali carenze non abbiano condizionato il suo operato. Quale coerenza si può rilevare tra l’assunzione della dittatura a Salemi in nome di Vittorio Emanuele, e la promessa distribuzione della terra ai contadini? E la fucilazione dei contadini insorti per ottenerla? Tra Teano e l’Aspromonte? Tutta la vita dell’eroe è in effetti un muoversi tra vaghissimi ideali, e provvisorietà di alleanze e comportamenti. Mazzini ha saputo tracciarne un ritratto breve ed incisivo: “…una canna che piega a tutti i venti, e che fuori del campo è nulla, senz’aver l’ingegno di scegliersi uno il quale faccia tutto per lui e col suo nome” (Mazzini. Edizione Nazionale degli scritti. Vol. XLII. pag. 98). E il giudizio non perde il suo valore, nonostante il chiaro rimpianto dell’autore per la fallita autocandidatura al ruolo di quell’ “uno”...

   Nel “campo” però Garibaldi è formidabile. Impossibile e qui poco utile narrare tutte le imprese. Basti dire che a Lages alla testa delle sue truppe sconfigge un nemico numericamente dieci volte superiore per riconquistare la città, che aveva tradito. Anzi, tradito due volte. E dopo la seconda riconquista e fuga degli abitanti “siccome erano mercanti la maggior parte, ed i più ricchi, essi ci lasciarono i loro magazzini provvisti di ogni ben di Dio. Ciò valse a provvederci del bisognevole e migliorare la condizione nostra” (Garibaldi. Memorie cit. pag. 73). Difficile è anche la riconquista, con grande strage, di Santa Caterina anch’essa passata al nemico.

   Elemento costante, che si nota nella narrazione anche se non è sottolineato dall’autore, è la capacità di Garibaldi di rendersi immediatamente, intuitivamente conto delle caratteristiche e delle risorse offerte dal campo di battaglia e dalle forze contrapposte, e di sapervi adeguare alla perfezione i comportamenti. Il tutto alla testa di truppe non certo modello di ordine e disciplina, ma sempre dal capo utilizzate al massimo.

   Non mancavano certo gli inni esaltanti la Repubblica del Rio Grande contro los tirannos, per la libertà e cose analoghe. Ma su chi era che li cantava, sulla truppa e le sue motivazioni, insomma, un discorso bisogna farlo. Anzi, lasciamo che sia Garibaldi stesso a farlo: “La gente che mi accompagnava era una vera ciurma cosmopolita composta di tutto, e di tutti i colori come di tutte le nazioni…  quella classe di marinari avventurieri… che aveva fornito certamente gli equipaggi dei filibustieri, dei bucanieri e che oggi dava il suo contingente alla tratta dei neri” (Memorie cit. pag. 38).

   “In ogni luogo erano i nostri ricevuti a braccia aperte e raccoglievano in quantità disertori degli imperiali che passavano al servizio della repubblica” (ivi p. 54). Anche “i nostri” però disertavano, come dimostrano Santa Caterina e Lages, e non solo. E abitudine comune è di accogliere i disertori tra le proprie truppe.

   Il saccheggio di Lages e moltissimi altri episodi dimostrano che chi combatteva si impossessava dunque dei beni del nemico. Per legalizzare l’operazione Garibaldi aveva ottenuto delle “lettere di corsa” dalla repubblica del Rio Grande. Al VI capitolo delle Memorie  l’autore ha dato con qualche compiacimento il titolo: Corsaro. Inizia così: “Corsaro! Lanciato sull’oceano con dodici compagni a bordo di una garopera, si sfidava un impero, e si faceva s

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Commenti più recenti

17.06 | 10:43

Ciao
congratulazioni per il lavoro. Cercherò di seguire qualche incontro appena scendo in Ciociaria.

...
20.06 | 16:57

Complimenti per l'iniziativa. Interessanti gli interventi che forniscono utili strumenti per comprendere l'unica novità politica rilevante di questi anni.

...
03.02 | 15:30

Complimenti per il sito, sembra molto ben strutturato. Buon lavoro.

...
27.12 | 18:30

Ciao paola. Quando organizzate eventi su tematiche fisico-filosofiche?

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